Tra i ciclisti da corsa c’è un tema capace di spaccare in due i gruppi durante le uscite del fine settimana: la latticizzazione delle ruote. Convertire le gomme della bici da strada al sistema tubeless, dicendo addio alla classica camera d’aria per far spazio al liquido sigillante, è diventata ormai la norma nel mondo del gravel e della mountain bike. Ma quando si parla di asfalto, alte pressioni e telai rigidi, il passaggio non è così scontato.
Conviene davvero affrontare la spesa e la manutenzione del tubeless, oppure la cara e vecchia camera d’aria ha ancora la sua ragione d’essere? Per rispondere in modo chiaro, serve analizzare cosa cambia davvero quando mettiamo le ruote su strada.
I vantaggi del tubeless su asfalto: comfort e zero forature
Il motivo principale che spinge un numero sempre maggiore di appassionati verso la latticizzazione è la quasi totale scomparsa delle piccole forature. Pezzetti di vetro, spilli, detriti ai bordi della carreggiata smettono improvvisamente di essere una minaccia. In presenza di un micro-foro, la pressione spinge il liquido sigillante verso l’esterno, chiudendo il danno in una frazione di secondo mentre si continua a pedalare. Nella maggior parte dei casi, ci si accorge di aver forato solo una volta tornati a casa.
Oltre alla protezione, il vero punto di svolta risiede nel comfort di guida. Senza il rischio di pizzicare la camera d’aria contro il cerchio quando si prende una buca, è possibile girare a pressioni d’esercizio sensibilmente più basse. Questo significa che un copertone moderno, magari da 28 mm o 30 mm, riesce a plasmarsi sull’asfalto rovinato, assorbendo le vibrazioni e garantendo un’aderenza in piega e in frenata irraggiungibile con i sistemi tradizionali. A conti fatti, la sensazione è quella di una pedalata più fluida e meno stancante sulle lunghe distanze.
Il rovescio della medaglia: manutenzione e gestione
Se sulla carta il sistema sembra perfetto, all’atto pratico richiede un cambio di mentalità non indifferente. La latticizzazione non è una soluzione “installa e dimentica”. Il liquido presente all’interno della gomma tende inevitabilmente ad asciugarsi con il passare dei mesi e con il caldo, richiedendo rabbocchi periodici ogni tre o sei mesi per mantenere la sua efficacia.
Anche la fase di installazione iniziale può scoraggiare chi non ha un minimo di manualità o l’attrezzatura giusta: tallonare un copertone tubeless richiede spesso una spinta d’aria immediata, ottenibile solo con un compressore o una pompa con serbatoio ad alta pressione, ne esistono di apposite. Se un sasso taglia la gomma in modo profondo, il lattice da solo non basterà. In quel caso occorre intervenire manualmente con gli appositi “vermicelli” in gomma.
Qual è la soluzione adatta a te?
La scelta di passare o meno al tubeless dipende fondamentalmente dal modo in cui vivi la bicicletta e dal tipo di percorsi che affronti di solito.
La latticizzazione fa per te se fai molti chilometri durante l’anno, ami percorrere strade secondarie dal fondo non perfetto e cerchi il massimo livello di comfort e grip. Se usi già coperture di sezione generosa e ti piace dedicare un minimo di tempo alla manutenzione della bici in garage, i vantaggi in termini di scorrevolezza e tranquillità ripagheranno ampiamente lo sforzo.
Ti conviene rimanere alla camera d’aria se fai uscite sporadiche e lasci la bicicletta ferma per settimane o mesi in garage. In questo caso, il lattice all’interno finirebbe per seccarsi inutilmente, vanificando i suoi benefici. Se cerchi un approccio “gonfia e vai” privo di qualsiasi gestione liquida, il sistema classico resta imbattibile per semplicità.
